Not Yet.

13 01 2010

Eccomi a salutare l’Australia per la seconda volta. Non sono proprio felicissimo di andarmene, se devo dirla tutta. Questo ritorno ha chiarito e confermato molte cose. Ma dopo un anno a distanza, il discorso va fatto bene e nel posto giusto.

Ho sempre amato “l’altra parte del ponte”, la north shore, north Sydney e tutto ciò che è un po’ sottovalutato da molti sydneysiders. Mi piace perché è un posto residenziale dove difficilmente si avventurano i turisti, ed è molto a misura d’uomo. Ma il motivo per cui mi piace “assai” è perché da questo posto, specialmente da Kirribilli e Milsons Point, la vista è spettacolare: si è esattamente di fronte a Cirqular Quay, ossia di fronte all’Opera House e all’Harbour Bridge. Diciamo che forse è il posto per parlare idealmente con Sydney faccia a faccia. Sono venuto apposta, dopo un anno di ricordi, riflessioni e tante cose che sono accadute nel mezzo. Sono venuto in vacanza, si, ma sono venuto soprattuto perché la mia Australia mi era rimasta in gola, avevo interrotto tutto sul più bello. Il percorso iniziato venendo qui, da solo, proseguito con l’interminabile motivo “should I stay or should I go”, e lasciato decantare con la nuova vita una volta tornato a Milano, è arrivato ad un punto in cui il quadro è più ampio. E’ la fase in cui tutti i pezzetti del puzzle sono sul tavolo e bisogna inserirne solo alcuni, dato che la cornice è fatta e l’immagine è oramai abbastanza chiara. Si butta un occhio al passato ed uno al presente. E’ stata una mia scelta, certo, ma prima di capire se fosse quella giusta o quella sbagliata ce n’è voluto di tempo. Beh, eccoci qui dopo un anno: bellissima, e questo me lo ricordavo. Qui sto benissimo, e tutto/tutti sono rimasti come li avevo lasciati. I rapporti sono rimasti vivi ed intensi: ho dato un po’ d’acqua a quelli che si stavano appassendo, ho consolidato quelli che già avevano radici più forti ed ho avuto la possibilità di seminare qualcosa per il futuro. Le sensazioni che mi danno le spiagge degli Eastern Suburbs sono sempre fonte di energia e di ispirazione, e la vista dell’harbour e della baia…quella è sempre da perderci la testa. Tamarama…ça va sans dire. Che si faccia una festa scatenata o una passeggiata tranquilla, una serata al pub o una cena sulla costa, mi lascia sempre vivere con i ritmi che decido io, ed era così anche quando lavoravo qui. Insomma, Sydney resta il mito e soprattutto la mia via di fuga mentale nei giorni più difficili, ovunque mi trovi. Ci penso spesso, mi ricordo cosa significa stare qui e mi aiuta sempre. Mi ricorda che il ritmo in cui sono inserito è malato e assolutamente non normale, e che si può vivere con un equilibrio migliore. Però stavolta la tolgo dalla glassa, inizio a vederla più normale, così familiare che non c’è bisogno di idealizzarla e viverla “male” quando sono lontano. Mi sento davvero in un posto mio (non dico “seconda casa” altrimenti la madre mi collassa, Alberta mi punta il dito e fa partire un podcast di 3 ore e la maggior parte dei lettori lancia un “ehhhhhh, esagerato!!”). Solo che casa mia per il momento non sembra essere qui. Mi devo accontentare di trascorrerci le vacanze, ma a quanto pare per adesso la mia vita non è in Australia: ma nel frattempo ho preferito venire, stare un po’ qui e non fare il turista, vivere come vivevo l’anno scorso, sentire la quotidianità e provare a vedere cosa sentivo sul posto. Da lontano non sarebbe stata la stessa cosa. E sto benissimo, sto da Dio qui, magnificamente: i posti, le sensazioni, la vita sociale. Mi torna sempre l’ispirazione e riprendo sempre i colori qui, come è successo anche questa volta. E si riesce a gestire sempre meglio anche la lontananza…insomma, mi ci sento davvero dentro e ci sto parecchio comodo e a mio agio.

Quindi, nell’aspettare che tutti i pianeti siano allineati e che i tempi siano maturi per un ritorno come si deve, grazie mille per farmi tornare ispirato a casa e per avermi rigenerato ancora una volta.

Little by little. Per ora, godetevi il concentrato di queste 3 settimane…consiglio: guardatelo in HD e sparate il volume a manetta.

Luis.





New Year’s Eve

2 01 2010

Penso non ci sia modo migliore per finire questo 2009, ma soprattutto per iniziare il 2010. Essere qui, nella mia Sydney, e vedere questo spettacolo di fuochi d’artificio in barca con Michael ed Emily, posizionati di fronte all’Opera House. Magnifico. In 4 sulla barca, Champagne e finger food, e tutto il resto è solo uno spettacolo da ammirare: un brindisi all’Australia, all’anno appena trascorso, a quello che verrà. E alle amicizie che restano.

Di solito è il momento per fare il bilancio dell’anno appena passato e per pensare ai buoni propositi per quello appena iniziato. Essere a cavallo dei due anni nel posto che rappresenta per me l’alternativa, la scappatoia mentale nei momenti bui, il possibile obiettivo un giorno, o semplicemente il posto che ha causato tutta la tempesta mentale dal 2008 fino ad oggi, è davvero significativo. Tutto il percorso legato all’Australia continua, sono tornato sul luogo del delitto, e me lo sto godendo fino in fondo.

Ma per questi giorni tiro il freno a mano e mi fermo con i pensieri, mi godo solo questo spettacolo:

Happy new year from far far away

Luis.





Christmas and Boxing Day

31 12 2009

“Panettone on the beach”, “No struffoli, no party”, “L’asinello, il bue e il koala”…questi alcuni dei possibili titoli del mio Natale quest’anno. Per chi è abituato all’idea del White Christmas (anche solo concettualmente, “white” in senso di freddo, di inverno…, a Napoli il Natale non è mai stato white…), trascorrere il 25 Dicembre sulla spiaggia fa un po’ strano. E’ una sensazione di piacere e curiosità legata alla novità, condita da un pizzico di nostalgia per la famiglia che immagini attorno ad un tavolo dall’altra parte. Anyway, Mimmo, la moglie Jenny e la figlia Sabia hanno organizzato questo bellissimo pic nic a Camp Cove, una delle mie spiagge preferite a Watsons Bay: avocado con olio e aceto balsamico, gamberi in quantità industriale e trota oceanica cruda…e tanto vino. Per finire panettone e chocolate pudding. Il tutto in costume stesi sul prato poco prima della sabbia, sguardo rivolto alla parte della baia in cui l’oceano entra furioso, si tranquillizza nelle insenature e diventa “acqua cheta” nell’harbour. Purtroppo il sole ha preferito starsene dietro le quinte, e nonostante il caldo, non mi sono concesso il bagno natalizio. Sarebbe stata la ciliegina sulla torta…bellissima giornata davvero, semplice e rilassante. Mimmo si conferma un numero 1: steso sull’asciugamano come un senatore romano su un triclinio a mangiare gamberi e a dispensare pillole di saggezza, che aumentavano di profondità all’aumentare del vino. La giornata è poi finita con Michael ed Emily, scambio di regali a casa nuova di Michael in Elizabeth Bay (vetrata sulla baia e barca ormeggiata di fronte al salotto…good job, mate!) e DVD rilassati sul divano. Insomma, Natale fuori casa in vacanza, ma con la sensazione di essere in un posto con persone che oramai ho davvero dentro, e con le quali c’è un legame ben solido, che va ben al di là delle telefonate durante l’anno. Questa è una delle conclusioni/conferme.

Il 26, il nostro Santo Stefano, qui è chiamato Boxing Day. E’ la giornata in cui di giorno ci si ammazza di birra e sport in TV,  poi, on late afternoon si va a qualche “house party” per finire di bere e far festa. Ed infatti il mio Boxing Day è stato proprio così: mattina a Watson’s Bay (si, ci ho fatto le cozze oramai) e South Head a vedere la partenza della regata Sydney to Hobart, Tasmania, con Rob, James e Camilla; pranzo a casa loro (di base BBQ e birra in infradito con molta calma), e per finire in bellezza house party all’australiana a Bronte Beach. Festona in una casa sulla spiaggia con Bronte, Tamarama e Bondi come sfondo, con Michael ed Emily ospiti di Andy King, un personaggio uscito da un film anni ’80: stazza significativa, camicia a fiori, canottiera bianca, infradito e occhiali bianchi a specchio. Un sacco di gente, alcool senza ritegno e musica di alto livello. Ah, per chi conosce tutta la storia ed i suoi spin off: il DJ super cool della serata era Sam Cooper! Finalmente l’incontro…baci, abbracci e tanta simpatia.

Lo scenario è passato presto da casa australiana a campo di guerra, una di quelle situazioni in cui alla fine della festa vorresti bruciare tutto e ricostruire da capo piuttosto che pulire e raccattare i corpi semi vigili dei superstiti. Comunque è stato uno di quei party in cui ad un certo punto non si capisce più niente e la “good vibe” ti avvolge e ti trasporta…e mentre frastornato ti scateni tra persone che hanno messo da parte la lucidità, ti accorgi dello scenario fatto da oceano e dalle spiagge alle spalle del DJ che continua a mettere musica mentre tutti si divertono in costume ed infradito, e ti ricordi del perché ci si innamora facilmente di questo posto. E capisci che alla fine della fiera questi si divertono assai, ma proprio assai.

Head spinning, big smile e dritto a letto, il Boxing Day mi ha davvero messo a tappeto. Ci voleva proprio.

Luis.





Il ritorno…leggera turbolenza.

25 12 2009

Ed ecco raggiunto il terzo grande obiettivo di questo turbolento 2009: rimettere piede sul suolo australiano. Tutto studiato, desiderato, immaginato ed ottenuto. Quando ho lasciato Milano tra la neve e la frenesia delle ultime cose in ufficio, tra gli ultimi saluti non ho fatto in tempo a pensare a nulla. Solo una volta partito alla volta di Doha, Qatar, ho iniziato a pensare al grande ritorno…ma ecco una nuova interruzione: arrivato a Melbourne, la sindrome da jet lag ha preso forma in tutta le sue forme (anche la volta scorsa era stato abbastanza tough). Tra nausea, mal di pancia, vomito e tante altre belle cose, ciò che ricordo del mio giorno a Melbourne è la camera dell’hotel e un piccolo tratto di Bourke street, il centro. Dovrò recuperare prima della partenza…
Anyway, una volta atterrato a Sydney, è successa una cosa strana, che non mi aspettavo: non c’è stato alcun “WOW!”, o senso di shock da gioia da ritorno, nessuna reazione scomposta o incontenibile. Semplici sorrisi nel vedere che tutto è come era rimasto nella mia memoria, meravigliosamente normale, così come l’avevo lasciata, rilassata, baciata dal sole e cool più che mai. Anche quando ho incontrato Giulia, la mia amica australiana da cui vivo ora, è stato così normale che sembrava non ci vedessimo da una settimana appena. Ed io, con l’umore ancora un po’ rollercoster per gli strascichi del jet lag, perfettamente dentro la città. Spesa al supermercato, abbonamento ai mezzi, laundry, spiaggia e poca voglia di fare foto…proprio come se ci fossi stato fino al giorno prima. However, non posso nascondere che ci sono state delle cose che mi hanno dato un’emozione incontrollabile: l’incontro con Mimmo (dimagrito), lo zio Mimmo. Nonostante ci fossimo sentiti spessissimo durante l’anno, rivederlo è stato emozionante. Un abbraccio forte che ha detto tutto. Poi c’è stato il ritorno a Tamarama, la mia Tamarama, e alla vecchia casa (sono rimasto fermo lì 1 oretta circa, completamente intrappolato in una morsa di ricordi stupendi). Per non parlare poi del tragitto in ferry per Watsons Bay, passando accanto all’Opera House: è una cosa che posso fare un milione di volte di fila, ma la vista dell’Opera House mi da sempre quella sensazione di nuovo, di moderno, di lontano. In sostanza un bel mix di rilassatezza da non-turista e scosse emotive da ex abitante. Scosse improvvise. Insomma, roba da “keep your seat belt fasten”, perché la sensazione è proprio quella di una turbolenza. Sto provando a viverla come una normalissima vacanza, ma è impossibile trascurare gli elementi del ricordo e di ciò che è già stata “la mia Australia”.

I primissimi giorni se ne sono andati così, tra spiaggia, mare, incontri con amici, scosse emozionali e soprattutto il recupero colori: ho rimesso piede in Australia giusto in tempo, ultimamente la qualità della mia vita se ne era scesa drasticamente ed il ricordo-antidoto si stava offuscando. Mi sembra quasi un’iniezione di benessere, dovrei ripetere il trattamento ogni anno. Stacco completo, mente libera, apertura massima al recupero dell’ispirazione e ricarica emotiva per ciò che verrà. Così può funzionare. E sono pure già abbronzato…!

In tutto questo, c’è da aggiungere una cosa importante: gli appassionati di questo blog si ricorderanno della lunga e travagliata analisi interiore del 2008 alla ricerca della risposta alla domanda “torno o resto?”…beh, in questi giorni, mettendo sul tavolo ciò che è stato il 2009, ripercorro e proseguo quel percorso, ora ho molti più elementi per giudicare, derivanti dalle mie scelte e dagli scenari futuri che si stanno prefigurando. La mente continua a lavorare in sottofondo, mentre mi godo il rientro-vacanza. Nei prossimi post ci sarà la conclusione di questo percorso, che sta già prendendo forma.

Enjoy.

Luis.





One year later…

25 11 2009

Dio mio, siamo a fine Novembre 2009, e non me ne sono neppure accorto. E’ passato praticamente 1 anno da quando ho lasciato Sydney per tornare in Italia, per dare un’altra possibilità al mio paese e per vedere cosa si poteva combinare in Europa nell’anno della crisi mondiale dell’economia. Ne sono successe di cose, dal tornare single all’andare a NYC per cambiare un po’ aria e fare il punto della situazione, dall’allenarmi la mattina alle 6.30 per fare la mezza maratona di Cremona (21 KM!) fino a trovare lavoro in una multinazionale very cool a 2 passi a piedi da casa mia. Il bilancio è sicuramente molto positivo, soprattutto per le persone che mi circondano e che ho incontrato durante questo nuovo percorso, soprattutto a lavoro. Di sicuro ho avuto ed ho di che pensare, ma l’Australia è sempre nei miei occhi e nella mia mente…tant’è che ho deciso di tornare, per le vacanze di Natale. Come sarà? Che sensazioni proverò? Ho davvero “glassato il ricordo” (come dice mia madre) di una situazione legata a momenti e persone o la magia e l’ispirazione sono ancora lì? La curiosità mi domina…una cosa è sicura: torno per andare a riprendermi la migliore espressione di me stesso, quella più vera, più ispirata, più naturale e semplice, più combattiva e più profonda. Quella che mi ha fatto tornare più forte, più self confident, più “distaccato” dal sistema malato in cui purtroppo ora sono calato. In più, vado a riprendermi i colori, quelli che purtroppo Milano un po’ sbiadisce con la sua scarsa varietà di stimoli (ci tengo a precisare, io AMO Milano) e vado a “riaprire i rubinetti”, a pensare ad altro, a dare sfogo alla parte più vicina al concetto di ES freudiano…del resto, a testa in giù tutto è concesso, no?

Sono contento di riaprire questo blog di pensieri e riflessioni un po’ laterali, con l’idea di renderlo un diversivo rispetto alla strada che si percorre tutte le mattine ed il cappuccino bevuto distrattamente e di fretta.

Sperando di non farsi distrarre dal grigio e dalle finte priorità.

Luis.





Done.

2 01 2009

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Nemmeno il tempo di rendermene conto, ed ecco che mi ritrovo dopo otto mesi esatti all’aeroporto di Bangkok, sulla stessa panchina su cui ero seduto tra i due voli di andata. Allora c’erano un pò di malinconia ed un sacco di domande su quello che sarebbero stati i mesi a venire. Quanto starò? Prolungherò? Vorrò restare? Ma chissà come caspita è quest’Australia…beh, ora i pensieri sono rivolti a tutto quello che è stato: la migliore esperienza che abbia mai potuto fare fino ad oggi, un’avventura che mi ha dato tantissimo sotto ogni aspetto. L’Australia mi ha regalato emozioni uniche, mi ha fatto incontrare persone fantastiche, mi ha dato la possibilità di mettermi in gioco sin dal primo giorno. E dopo otto mesi, se mi guardo indietro non posso credere a cosa si sia venuto a creare (a livello lavorativo, personale, affettivo…) e a quanto sia andato in profondità nello scavare dentro di me. Sydney mi ha ridato i colori e l’ispirazione, ha pompato ancora di più il mio entusiasmo nell’affrontare le cose, mi ha dato un punto di vista molto differente da quello a cui ero abituato a Milano. Non sono stato in grado di scrivere queste ultime riflessioni prima, perché dal ritorno dal viaggio ad oggi, ho provato a vivere le ultime settimane al massimo passando giornate intere in giro per rivedere i punti di Sydney che più mi hanno emozionato. Poi l’ultima settimana l’ho trascorsa a casa del mio amico Rob con la famiglia, in quel di Watsons Bay, Vaucluse: il top del top a Sydney, il posto che più mi aveva colpito all’inizio. Un bel saluto a questa città, finendo la mia esperienza nel posto che avevo sognato durante i primi giorni. La spiaggia di Camp Cove, la vista a 270° assolutamente mozzafiato a South Head, le villette di Vaucluse e la City vista da lontano…il tutto accompagnato da 10 giorni in una famiglia australiana che mi ha accolto come un nipote.

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Le relazioni che sono nate durante questi otto mesi in Australia promettono bene, ci sono ottime basi affinchè possano durare nel tempo, almeno con buona parte degli amici Aussie. Con gli italiani bene o male ci si incontrerà di nuovo da qualche parte.

Ora sono a Napoli, da qualche settimana, ma la testa è rimasta lì. Continuo a scrivere questo ultimo post in maniera un pò spezzettata, anche perchè non riesco a mettere la parola “fine” a quest’avventura. Le telefonate dall’Australia in questi giorni stanno alimentando il senso di nostalgia e rammarico per aver lasciato il paradiso che mi ha accolto a braccia aperte per questi mesi. E’ ancora presto, ma non c’è giorno in cui non pensi a Sydney, alle sensazioni che provavo laggiù, a quello che in poco tempo è diventato il mio mondo Down Under.  La speranza è quella di tornare il prima possibile, dopo aver vissuto questa preview che mi ha introdotto all’Australia. Il rientro a Milano è stato più duro del previsto, ed è stata una sorpresa scoprire quanto tutto quello che avevo sempre immaginato del mio ritorno in Italia si sia poi dimostrato più “normale” del previsto. Le sensazioni che si vivono “face to face” con le persone, con i luoghi, si arricchiscono di sfumature che il mero ragionamento non poteva considerare. E così, provare una sensazione un pò diversa rivivendo tutto quello a cui avevo pensato con nostalgia quando ero lì, mi ha dato molto da riflettere. Ho fatto una cazzata? Beh, è la prima cosa che penso quando mi si riempie il cuore alla sola vista dell’Opera House durante la sigla del TG5 la mattina presto o quando vedo il trailer di Australia. Ma la scelta è stata molto ponderata, e la scommessa di tornare in Europa a farsi le ossa spero si rivelerà vincente. Il pensiero rimarrà lì ogni volta che vorrò risentire quelle sensazioni, quel feeling unico e quando vorrò rifugiarmi a Tamarama per ritrovare i colori.

Per il momento non mi resta che dire “Arrivederci a presto”, piuttosto che “Addio”. Sono sicuro che se Sydney potesse parlare mi risponderebbe, con aria rilassata e tranquilla “No worries, mate!”. Per ora resta lì, giù a tutto, nel south pacific, a rappresentare la speranza, l’alternativa, forse l’obiettivo.

Vorrei congelare la mia Australia in queste immagini, con la speranza di poter conservare tutto e poter riaprire la scatola quando ne avrò bisogno, per ritrovarci tutto conservato: questo il video (consiglio di scegliere l’opzione HQ “guarda in alta qualità”, ne vale la pena!)

Grazie a tutti quelli hanno vissuto con me quest’avventura, lì tutti i giorni o seguendo questo blog. Alla prossima, che sia un “All the way to…qualche altra parte” o “non ce l’ho fatta e sono tornato a Sydney.com”!

G’day, mate!

Luis.





Fraser Island, la degna conclusione di un tour da sogno.

6 12 2008

Ultimo capitolo del tour: l’isola di sabbia e la scoperta del campeggio selvaggio. L’essenza di questi ultimi tre giorni di vacanza potrebbe essere racchiusa in questa frase. In effeti, Fraser Island è stata una gran bella sorpresa: dopo quattordici ore di sofferenza sul Grayhound da Airlie Beach ad Hervey Bay (un’altra notte buttata) e dopo aver superato il Tropico del Capricorno, siamo arrivati in questa microscopica città fantasma, con si e no 20 persone per strada a camminare. Reduci dalla bellezza delle Whitsundays, eravamo più che contenti di chiudere il viaggio con un’esperienza “più normale”, ma anche stavolta l’Australia ci ha regalato una perla rara. Un’isola di sabbia lunga 140 KM, in cui la natura si è adattata alle particolari condizioni ed ha vinto: questa è Fraser Island, un’isola in cui gli alberi, che non possono nutrirsi dal suolo, hanno sviluppato un sistema di radici sui rami per vivere di insetti e di tutto ciò che è nell’aria. Un’isola in cui è ancora possibile vedere piante risalenti ai tempi dei dinosauri e dove la natura è rimasta così isolata da differenziarsi dalla terra ferma. I dingo che popolano questo posto non hanno mai incrociato cani normali, quindi sono ancora i più puri (e i più bastardi). Durante quest’ultima avventura, è stato bellissimo guidare (non io) sulla spiaggia, visitare i laghi interni che sono uno spettacolo della natura per quanto sono cristallini, camminare per spiagge lunghissime con un mare agitatissimo…

Ma soprattutto, fare campeggio! All’età di ventiquattro anni, ho scoperto il piacere selvaggio del campeggio! Chi me lo avrebbe mai detto fino ad un anno fa che mi sarei divertito così tanto a montare la tenda sotto la pioggia, nel fango, scalzo? O a dormire a terra sapendo che su quell’isola vivono sette delle dieci specie di serpenti più velenose al mondo? Ma non è mai morto nessuno…quindi, in una tenda ben chiusa ci si può provare. E che piacere la mattina andare al bagno e vedersi sbucare un goana di due metri (un lucertolone) che se ne va quatto quatto per i fatti suoi…il livello di adattamento e di natura selvaggia ha davvero raggiunto il massimo su quest’isola, e sinceramente sono rimasto sorpresissimo da quanto mi sia adattato a tutto questo divertendomi come un matto. Anche a livello paesaggistico, Fraser Island offre degli ottimi scorci, come Eli’s Creek o Indian Lookout, per non parlare del Lake McKenzy, un lago che sembra una spiaggia della barriera corallina, per quanto l’acqua è trasparente. E con Sex on Fire dei Kings of Leon in sottofondo (la colonna sonora di tutto il viaggio: la davano in radio ogni 30 minuti…), la vacanza è finita! Mannaggia, è proprio volata…ma è stata un’esperienza incredibile, un viaggio indimenticabile, davvero on the road. Molto più wild di quanto me lo aspettassi, molto più profondo di quanto si potesse prevedere…davvero ogni oltre aspettativa. Foto: vedere per credere. E l’emozione provata dall’aereo sorvolando la baia di Sydney al ritorno, è stata una cosa da togliere il fiato: la bellezza di questa città, il senso di appartenenza agli Eastern Suburbs dopo così poco tempo, tutte le facce e le storie che ho incontrato durante questi mesi, le relazioni personali che sono venute a crearsi…nonostante tutto, anche dopo questo tour, la MIA Australia resta Sydney, con i suoi colori, la sua vita e la sua anima semplice.

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Luis.





Un angolo di paradiso. Whitsunday Island.

29 11 2008
Ci sono delle cose che non si possono dimenticare. Certe volte gli occhi immagazzinano immagini che resteranno impresse come fotografie nella mente. Durante questo viaggio, è successo proprio questo: certe cose non si possono descrivere. Ma andiamo con ordine…dove eravamo rimasti? A Cairns, tra un’immersione nella Barriera Corallina ed una passeggiata su una spiaggia solitaria. Continuando la seconda parte del tour, ci puniamo con 12 ore di autobus di notte per raggiungere Airlie Beach, piccola cittadina dalla quale partono le escursoni per Whitsunday Island. Dopo una notte trascorsa a cercare la migliore posizione per dormire tra due posti nell’autobus, arriviamo accolti da un sole caldo e forte. Ma anche stavolta, niente da fare: niente bagno a mare, ci sono le meduse assassine…meglio andare nella laguna artificiale (cfr Cairns). Un giorno di relax dopo la notte trascorsa sul Grayhound bus è necessario, ed è anche il miglior modo per prepararsi a quella che sarà una della più belle escursioni di tutto il tour: tre giorni in barca a vela attorno a Whitsunday Island, un capolavoro della natura. La barca che ci ospita è l’Avatar, una delle migliori per queste mini-crociere: si tratta di un catamarano bianco lungo 20 metri che può ospitare fino a 26 persone più equipaggio. Appena lasciato il porto, si comincia a veleggiare verso l’arcipelago di Whitsunday, composto da 74 isole meravigliose, di cui Whitsunday Island è la più grande. Subito si capisce che saranno 3 giorni di relax, sole sul pontile, scottature di giorno e festa la sera. Anche stavolta, il gruppo è formato perlopiù da anglosassoni, mostly from UK. Piacevole la conoscenza con due fratelli di Dublino, con i quali c’è stato subito feeling per il Milan e gli U2. Olanda, Canada e Nuova Zelanda le altre nazioni rappresentate dai passeggeri di questa corociera. Dopo le prime ore di vela in cui ci abbrustoliamo al sole, ecco che ci si presenta uno degli spettacoli più incredibili mai visti in tutta la mia vita: Whitehaven Beach. Sabbia bianchissima, acqua cristallina e colline ai lati…davvero, non ci sono parole per descrivere lo spettacolo rappresentato da questa spiaggia. E’ uno di quei posti in cui la mano parte da sola e comincia a scattare fotografie a raffica, senza logica, cercando disperatamente di catturare ogni angolo ed ogni sfumatura di colore. Un filmato forse può rendere meglio l’idea:

Dopo un milione di fotografie, arriva finalmente il momento di fare il bagno (rigorosamente con la muta): la sabbia così bianca e l’acqua così trasparente fanno sembrare il tutto una cartolina gigante. E pensare che tutte queste collinette a lato una volta erano cime di monti che si ergevano per centinaia di metri…affascinante l’idea che ora ci stiamo navigando in mezzo. La natura qui ha veramente trionfato, non c’è che dire…è uno spettacolo unico al mondo, da vedere con i propri occhi assolutamente.
Il resto della crociera è stata snorkeling, sole e bagni a mare, puro relax in barca a vela, il tutto con docce da 60 secondi, cene sul pontile e chiacchiere internazionali. Peccato non aver visto squali neppure questa volta, avrei davvero voluto vedere cosa si prova a trovarselo di fronte.
Il paradiso descritto in queste poche righe è tutto racchiuso in queste foto…si, è proprio come appare…qusta Australia si sta davvero mostrando in tutto il suo splendore.

Ma il tour non è ancora finito…giusto 2 giorni di relax ad Airlie Beach facendo festa all’ostello prima di ripartire per il rush finale…

Stay tuned

Luis.





Un tuffo nel Pacifico. Finalmente Queensland, East Coast.

26 11 2008

Dopo l’estenuante ma indimenticabile esperienza nell’outback australiano, avevamo programmato il viaggio affinché la seconda parte fosse stata in Queensland, sulla costa est. La sola ipotesi di tornare in Europa a Dicembre, e quindi di farsi tre inverni (ed una primavera fredda) di fila era stata scartata a priori. Un pò di sano caldo e vacanza al mare era necessario, e così la scelta è caduta sullo stato più amato dagli australiani per le vacanze. Il punto di partenza di chi arriva da nord è Cairns, ed è infatti la città che ci ha accolto dopo un volo alle 5.00 di mattina (check-in alle 3.00…mai visto prima, per un volo interno). Lasciataci alle spalle l’insulsa Darwin ed il suo caldo umido schifoso (al solo pensiero mi sento fiacco e svengo sulla tastiera…), troviamo un clima tipico del nostro inizio estate, anche se veniamo messi subito di fronte ad una terribile verità che ci accompagnerà per tutto il viaggio: il bagno a mare NON SI FA. Coccodrilli, squali, meduse che possono essere letali, stone fish, correnti e vespe di mare…wa, e che è? E che miseria è mai questa? Uno si vuole tuffare perchè sta morendo di caldo e giustamente, vede il mare e si vuole buttara…non sia mai! Tutte le bastie più infami stanno qua! “E vabbè, oh”…pazienza. Così, per fare il bagno bisogna andare alla lagoon, una spiaggia pubblica artificiale, dove tutto è stato riprodotto fedelmente, tranne i mostri. Un pò triste, ma è l’unico modo per fare il bagno a Cairns. Città caruccia, nulla di che, meglio di Darwin. E’ un altro snodo importante per tutti i tour per la parte alta del Queensland, e la sera è invasa da orde di backpackers stra-ubriachi sull’aggressivo andante…la cosa comincia un pò a stufare, sinceramente. Ma è mai possibile che si ubriachino TUTTI, regolarmente, ogni sera, fino a sfasciarsi? Scene di gente che vomitava ogni due metri, risse, ragazze che si accapigliavano…Inglesi, tedeschi, olandesi, neo zelandesi, svizzeri, tutti accomunati da una sbronza collettiva costante. Un pizzico di buon senso mediterraneo ed un’escursione prenotata per la mattina dopo alle 7 hanno fatto sì che non prendessi parte alla notte di Cairns (not a big loss). Al contempo l’ostello che ci ospitava, il Calypso, era davvero un mondo a sè stante all’interno della città: pieno di ragazzi di tutto il mondo a far festa a tutte le ore a bordo piscina. Davvero bello, pieno di giovani e molto easy going: alla fine è stato molto più divertente restare a far festa lì piuttosto che in strada.

La prima cosa che bisogna fare, una volta a Cairns, è andare a visitare la Grande Barriera Corallina e fare diving o snorkeling, o tutti e due. Dopo due ore abbondanti di nave con il 90% dei passeggeri alle prese con i sacchetti per il vomito, arriviamo nel punto consigliato per fare immersioni. Non avevo mai provato, ed all’inizio ero un pò titubante…alla fine, si è rivelata una delle cose più belle mai fatte in assoluto, un highlight della vacanza ed un’esperienza unica da rifare. Andare sotto, anche se solo di 10 metri e mezzo, essere tutt’uno con il mare ed il suo silenzio, sentire solo il proprio respiro mentre si nuota tra pesci e tartarughe, guardare verso l’alto il riflesso del sole sulla superfice dell’acqua…un’emozione indimenticabile, da provare assolutamente nella vita. Appena risalito in barca mi sentivo come un bambino, volevo tornare subito sotto con le bombole! Aver iniziato in Australia nella Barriera Corallina è stato un grande battesimo al diving. Anche lo snorkeling è stato bello, ed ho avuto la possibilità di fare qualche foto ai vari pesci colorati che ci nuotavano attorno…però sinceramente, mi aspettavo più colori. Non dico che avrei voluto rivedere Alla Ricerca di Nemo, però qualche pesce pagliaccio non mi sarebbe dispiaciuto. Purtroppo niente squali, sono sicuro che sarebbe stata un’emozione fortissima. Ci avevano detto che ne avremmo potuti incontrare di innoqui, ma purtroppo nulla.

Dopo la bellissima esperienza di diving nella Barriera Corallina, ci siamo spostati ancora più a nord, a Cape Tribulation. Si tratta di un posto veramente isolato e wild, dove la foresta pluviale arriva direttamente sull’oceano: in pratica un paesaggio identico a quello dell’isola di LOST. Spiaggia infinita a ridosso della foresta…e nessuno attorno, deserto più totale. I momenti da ricordare di questo posto:

  • l’incontro con un indigeno del luogo che raccoglieva noci di cocco da portare ad una donna francese che viveva da anni sola nella foresta pluviale (mmm…sounds familiar…);
  • la sera in hotel da soli, unici ospiti, reception chiusa e televisore acceso nella sala con l’eco, il tutto nella foresta…scena tipo Shining…;
  • goana di due metri che mi si piazza davanti mentre vado in spiaggia…un lucertolone gigante mai visto prima.

goana

Insomma, il primi quattro giorni di Queensland sono stati molto intensi, e le foto ne sono una testimonianza. Ma il bello deve ancora venire…è solo un assaggio di quello che il Queensland può offrire…

Luis.





Kakadu National Park

23 11 2008

La prima parte del tour, quella nel Northern Territory, si è conclusa con tre giorni (sempre in campeggio) in un parco nazionale davvero unico. Un paesaggio meraviglioso fatto di rilievi erosi dal vento, corsi d’acqua e vegetazione rigogliosa, con coccodrilli praticamente ovunque: questa una breve descrizione del Kakadu National Park, in prossimità della città di Darwin. Il caldo umido, tipico del clima tropicale, come al solito mi ha stroncato, e in città riuscivo a fare pochi metri prima di desiderare un pò di aria condizionata. Raffreddore a mal di gola assicurato, maledetto clima tropicale. Metti pure che la città è perlopiù un punto di incontro di camionisti diretti da Sydney a Perth che la sera vanno in giro a sbronzarsi come delle spugne, la città di Darwin ha davvero pochissime emozioni da regalare al mondo. Mitici gli incontri nei bagni pubblici dei pub con camionisti completamente ubriachi che sfidavano a gara di muscoli di fronte allo specchio (che gioco a fare???) o che volevano parlare di come si conquista una ragazza dall’abitacolo del camion con il solo utilizzo del clacson abbinato al braccio fuori dal finestrino. La città é però un punto di partenza per tutti i tour diretti al Kakadu National Park, e questa conclusione del tour nell’outback è stata davvero bellissima: il paesaggio è affascianante e fare il bagno sotto le cascate era un’altra cosa che mi mancava. Poiché non era ancora stagione delle piogge, le cascate ed i corsi d’acqua non hanno dato il meglio di sè in termini di quantità, ma hanno comunque offerto uno spettacolo fantastico. Davvero belle le Jim Jim Falls e le Twin Falls, che hanno addirittura una piccola spiaggetta a completare lo scenario da cartolina. Ovviamente, la stragrande maggioranza di queste acque rappresenta l’habitat naturale per i coccodrilli, e cartelli su cartelli ricordano che è meglio non avvicinarsi troppo. C’è comunque qualche punto in cui ci si può tuffare, soprattutto nelle Florence Falls e Wangi Falls del Litchfield Park, un parco adiacente al Kakadu, e lo spettacolo che si può ammirare dall’acqua guardando verso l’alto è davvero unico. Anche durante questa parte di tour, il mio fisico è stato messo a dura prova da camminate di tre ore sulle rocce, notti brevi e cibo di ogni tipo.
Il gruppo stavolta era composto per lo più da inglesi, ed un momento da ricordare é sicuramente Marco che, dopo un accesissima discussione a muso duro, stava per scendere alle mani con un idraulico di Leeds (fidanzato con una maestra di Manchester) per il furto di una lattina di birra (da parte del plumber)…la birra è davvero un argomento serio per la compagine albionica, ma anche per un veneto DOC come Marco. A parte questo episodio alcolico, la compagnia internazionale è stata molto buona e la massima stima l’abbiamo ottenuta quando abbiamo svelato loro il segreto della pasta, durante una cena: mettere il sale. Tripudio, standing ovation e facce costernate per la rivelazione del terzo segreto di Fatima, in una tenda/cucina con ragazzi di tutto il mondo intenti ad aggiornare il proprio diario ed a trascorrere la serata tra “where have you been before Kakadu” e “How long have you been here for”. Facce viste per tre giorni, viaggi che si sono incrociati e vite che per un minimo hanno avuto modo di confrontarsi con altre: è stato e sarà un pò il fil rouge di questo Australian tour. E così, dopo il “So, where are you going next?”, riguardando le foto e prima di scendere ognuno al prorio ostello a Darwin, “Well, we’re flying to Cairns, East Coast”.

Luis.








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