Done.

2 01 2009

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Nemmeno il tempo di rendermene conto, ed ecco che mi ritrovo dopo otto mesi esatti all’aeroporto di Bangkok, sulla stessa panchina su cui ero seduto tra i due voli di andata. Allora c’erano un pò di malinconia ed un sacco di domande su quello che sarebbero stati i mesi a venire. Quanto starò? Prolungherò? Vorrò restare? Ma chissà come caspita è quest’Australia…beh, ora i pensieri sono rivolti a tutto quello che è stato: la migliore esperienza che abbia mai potuto fare fino ad oggi, un’avventura che mi ha dato tantissimo sotto ogni aspetto. L’Australia mi ha regalato emozioni uniche, mi ha fatto incontrare persone fantastiche, mi ha dato la possibilità di mettermi in gioco sin dal primo giorno. E dopo otto mesi, se mi guardo indietro non posso credere a cosa si sia venuto a creare (a livello lavorativo, personale, affettivo…) e a quanto sia andato in profondità nello scavare dentro di me. Sydney mi ha ridato i colori e l’ispirazione, ha pompato ancora di più il mio entusiasmo nell’affrontare le cose, mi ha dato un punto di vista molto differente da quello a cui ero abituato a Milano. Non sono stato in grado di scrivere queste ultime riflessioni prima, perché dal ritorno dal viaggio ad oggi, ho provato a vivere le ultime settimane al massimo passando giornate intere in giro per rivedere i punti di Sydney che più mi hanno emozionato. Poi l’ultima settimana l’ho trascorsa a casa del mio amico Rob con la famiglia, in quel di Watsons Bay, Vaucluse: il top del top a Sydney, il posto che più mi aveva colpito all’inizio. Un bel saluto a questa città, finendo la mia esperienza nel posto che avevo sognato durante i primi giorni. La spiaggia di Camp Cove, la vista a 270° assolutamente mozzafiato a South Head, le villette di Vaucluse e la City vista da lontano…il tutto accompagnato da 10 giorni in una famiglia australiana che mi ha accolto come un nipote.

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Le relazioni che sono nate durante questi otto mesi in Australia promettono bene, ci sono ottime basi affinchè possano durare nel tempo, almeno con buona parte degli amici Aussie. Con gli italiani bene o male ci si incontrerà di nuovo da qualche parte.

Ora sono a Napoli, da qualche settimana, ma la testa è rimasta lì. Continuo a scrivere questo ultimo post in maniera un pò spezzettata, anche perchè non riesco a mettere la parola “fine” a quest’avventura. Le telefonate dall’Australia in questi giorni stanno alimentando il senso di nostalgia e rammarico per aver lasciato il paradiso che mi ha accolto a braccia aperte per questi mesi. E’ ancora presto, ma non c’è giorno in cui non pensi a Sydney, alle sensazioni che provavo laggiù, a quello che in poco tempo è diventato il mio mondo Down Under.  La speranza è quella di tornare il prima possibile, dopo aver vissuto questa preview che mi ha introdotto all’Australia. Il rientro a Milano è stato più duro del previsto, ed è stata una sorpresa scoprire quanto tutto quello che avevo sempre immaginato del mio ritorno in Italia si sia poi dimostrato più “normale” del previsto. Le sensazioni che si vivono “face to face” con le persone, con i luoghi, si arricchiscono di sfumature che il mero ragionamento non poteva considerare. E così, provare una sensazione un pò diversa rivivendo tutto quello a cui avevo pensato con nostalgia quando ero lì, mi ha dato molto da riflettere. Ho fatto una cazzata? Beh, è la prima cosa che penso quando mi si riempie il cuore alla sola vista dell’Opera House durante la sigla del TG5 la mattina presto o quando vedo il trailer di Australia. Ma la scelta è stata molto ponderata, e la scommessa di tornare in Europa a farsi le ossa spero si rivelerà vincente. Il pensiero rimarrà lì ogni volta che vorrò risentire quelle sensazioni, quel feeling unico e quando vorrò rifugiarmi a Tamarama per ritrovare i colori.

Per il momento non mi resta che dire “Arrivederci a presto”, piuttosto che “Addio”. Sono sicuro che se Sydney potesse parlare mi risponderebbe, con aria rilassata e tranquilla “No worries, mate!”. Per ora resta lì, giù a tutto, nel south pacific, a rappresentare la speranza, l’alternativa, forse l’obiettivo.

Vorrei congelare la mia Australia in queste immagini, con la speranza di poter conservare tutto e poter riaprire la scatola quando ne avrò bisogno, per ritrovarci tutto conservato: questo il video (consiglio di scegliere l’opzione HQ “guarda in alta qualità”, ne vale la pena!)

Grazie a tutti quelli hanno vissuto con me quest’avventura, lì tutti i giorni o seguendo questo blog. Alla prossima, che sia un “All the way to…qualche altra parte” o “non ce l’ho fatta e sono tornato a Sydney.com”!

G’day, mate!

Luis.





Fraser Island, la degna conclusione di un tour da sogno.

6 12 2008

Ultimo capitolo del tour: l’isola di sabbia e la scoperta del campeggio selvaggio. L’essenza di questi ultimi tre giorni di vacanza potrebbe essere racchiusa in questa frase. In effeti, Fraser Island è stata una gran bella sorpresa: dopo quattordici ore di sofferenza sul Grayhound da Airlie Beach ad Hervey Bay (un’altra notte buttata) e dopo aver superato il Tropico del Capricorno, siamo arrivati in questa microscopica città fantasma, con si e no 20 persone per strada a camminare. Reduci dalla bellezza delle Whitsundays, eravamo più che contenti di chiudere il viaggio con un’esperienza “più normale”, ma anche stavolta l’Australia ci ha regalato una perla rara. Un’isola di sabbia lunga 140 KM, in cui la natura si è adattata alle particolari condizioni ed ha vinto: questa è Fraser Island, un’isola in cui gli alberi, che non possono nutrirsi dal suolo, hanno sviluppato un sistema di radici sui rami per vivere di insetti e di tutto ciò che è nell’aria. Un’isola in cui è ancora possibile vedere piante risalenti ai tempi dei dinosauri e dove la natura è rimasta così isolata da differenziarsi dalla terra ferma. I dingo che popolano questo posto non hanno mai incrociato cani normali, quindi sono ancora i più puri (e i più bastardi). Durante quest’ultima avventura, è stato bellissimo guidare (non io) sulla spiaggia, visitare i laghi interni che sono uno spettacolo della natura per quanto sono cristallini, camminare per spiagge lunghissime con un mare agitatissimo…

Ma soprattutto, fare campeggio! All’età di ventiquattro anni, ho scoperto il piacere selvaggio del campeggio! Chi me lo avrebbe mai detto fino ad un anno fa che mi sarei divertito così tanto a montare la tenda sotto la pioggia, nel fango, scalzo? O a dormire a terra sapendo che su quell’isola vivono sette delle dieci specie di serpenti più velenose al mondo? Ma non è mai morto nessuno…quindi, in una tenda ben chiusa ci si può provare. E che piacere la mattina andare al bagno e vedersi sbucare un goana di due metri (un lucertolone) che se ne va quatto quatto per i fatti suoi…il livello di adattamento e di natura selvaggia ha davvero raggiunto il massimo su quest’isola, e sinceramente sono rimasto sorpresissimo da quanto mi sia adattato a tutto questo divertendomi come un matto. Anche a livello paesaggistico, Fraser Island offre degli ottimi scorci, come Eli’s Creek o Indian Lookout, per non parlare del Lake McKenzy, un lago che sembra una spiaggia della barriera corallina, per quanto l’acqua è trasparente. E con Sex on Fire dei Kings of Leon in sottofondo (la colonna sonora di tutto il viaggio: la davano in radio ogni 30 minuti…), la vacanza è finita! Mannaggia, è proprio volata…ma è stata un’esperienza incredibile, un viaggio indimenticabile, davvero on the road. Molto più wild di quanto me lo aspettassi, molto più profondo di quanto si potesse prevedere…davvero ogni oltre aspettativa. Foto: vedere per credere. E l’emozione provata dall’aereo sorvolando la baia di Sydney al ritorno, è stata una cosa da togliere il fiato: la bellezza di questa città, il senso di appartenenza agli Eastern Suburbs dopo così poco tempo, tutte le facce e le storie che ho incontrato durante questi mesi, le relazioni personali che sono venute a crearsi…nonostante tutto, anche dopo questo tour, la MIA Australia resta Sydney, con i suoi colori, la sua vita e la sua anima semplice.

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Luis.





Un angolo di paradiso. Whitsunday Island.

29 11 2008
Ci sono delle cose che non si possono dimenticare. Certe volte gli occhi immagazzinano immagini che resteranno impresse come fotografie nella mente. Durante questo viaggio, è successo proprio questo: certe cose non si possono descrivere. Ma andiamo con ordine…dove eravamo rimasti? A Cairns, tra un’immersione nella Barriera Corallina ed una passeggiata su una spiaggia solitaria. Continuando la seconda parte del tour, ci puniamo con 12 ore di autobus di notte per raggiungere Airlie Beach, piccola cittadina dalla quale partono le escursoni per Whitsunday Island. Dopo una notte trascorsa a cercare la migliore posizione per dormire tra due posti nell’autobus, arriviamo accolti da un sole caldo e forte. Ma anche stavolta, niente da fare: niente bagno a mare, ci sono le meduse assassine…meglio andare nella laguna artificiale (cfr Cairns). Un giorno di relax dopo la notte trascorsa sul Grayhound bus è necessario, ed è anche il miglior modo per prepararsi a quella che sarà una della più belle escursioni di tutto il tour: tre giorni in barca a vela attorno a Whitsunday Island, un capolavoro della natura. La barca che ci ospita è l’Avatar, una delle migliori per queste mini-crociere: si tratta di un catamarano bianco lungo 20 metri che può ospitare fino a 26 persone più equipaggio. Appena lasciato il porto, si comincia a veleggiare verso l’arcipelago di Whitsunday, composto da 74 isole meravigliose, di cui Whitsunday Island è la più grande. Subito si capisce che saranno 3 giorni di relax, sole sul pontile, scottature di giorno e festa la sera. Anche stavolta, il gruppo è formato perlopiù da anglosassoni, mostly from UK. Piacevole la conoscenza con due fratelli di Dublino, con i quali c’è stato subito feeling per il Milan e gli U2. Olanda, Canada e Nuova Zelanda le altre nazioni rappresentate dai passeggeri di questa corociera. Dopo le prime ore di vela in cui ci abbrustoliamo al sole, ecco che ci si presenta uno degli spettacoli più incredibili mai visti in tutta la mia vita: Whitehaven Beach. Sabbia bianchissima, acqua cristallina e colline ai lati…davvero, non ci sono parole per descrivere lo spettacolo rappresentato da questa spiaggia. E’ uno di quei posti in cui la mano parte da sola e comincia a scattare fotografie a raffica, senza logica, cercando disperatamente di catturare ogni angolo ed ogni sfumatura di colore. Un filmato forse può rendere meglio l’idea:

Dopo un milione di fotografie, arriva finalmente il momento di fare il bagno (rigorosamente con la muta): la sabbia così bianca e l’acqua così trasparente fanno sembrare il tutto una cartolina gigante. E pensare che tutte queste collinette a lato una volta erano cime di monti che si ergevano per centinaia di metri…affascinante l’idea che ora ci stiamo navigando in mezzo. La natura qui ha veramente trionfato, non c’è che dire…è uno spettacolo unico al mondo, da vedere con i propri occhi assolutamente.
Il resto della crociera è stata snorkeling, sole e bagni a mare, puro relax in barca a vela, il tutto con docce da 60 secondi, cene sul pontile e chiacchiere internazionali. Peccato non aver visto squali neppure questa volta, avrei davvero voluto vedere cosa si prova a trovarselo di fronte.
Il paradiso descritto in queste poche righe è tutto racchiuso in queste foto…si, è proprio come appare…qusta Australia si sta davvero mostrando in tutto il suo splendore.

Ma il tour non è ancora finito…giusto 2 giorni di relax ad Airlie Beach facendo festa all’ostello prima di ripartire per il rush finale…

Stay tuned

Luis.





Un tuffo nel Pacifico. Finalmente Queensland, East Coast.

26 11 2008

Dopo l’estenuante ma indimenticabile esperienza nell’outback australiano, avevamo programmato il viaggio affinché la seconda parte fosse stata in Queensland, sulla costa est. La sola ipotesi di tornare in Europa a Dicembre, e quindi di farsi tre inverni (ed una primavera fredda) di fila era stata scartata a priori. Un pò di sano caldo e vacanza al mare era necessario, e così la scelta è caduta sullo stato più amato dagli australiani per le vacanze. Il punto di partenza di chi arriva da nord è Cairns, ed è infatti la città che ci ha accolto dopo un volo alle 5.00 di mattina (check-in alle 3.00…mai visto prima, per un volo interno). Lasciataci alle spalle l’insulsa Darwin ed il suo caldo umido schifoso (al solo pensiero mi sento fiacco e svengo sulla tastiera…), troviamo un clima tipico del nostro inizio estate, anche se veniamo messi subito di fronte ad una terribile verità che ci accompagnerà per tutto il viaggio: il bagno a mare NON SI FA. Coccodrilli, squali, meduse che possono essere letali, stone fish, correnti e vespe di mare…wa, e che è? E che miseria è mai questa? Uno si vuole tuffare perchè sta morendo di caldo e giustamente, vede il mare e si vuole buttara…non sia mai! Tutte le bastie più infami stanno qua! “E vabbè, oh”…pazienza. Così, per fare il bagno bisogna andare alla lagoon, una spiaggia pubblica artificiale, dove tutto è stato riprodotto fedelmente, tranne i mostri. Un pò triste, ma è l’unico modo per fare il bagno a Cairns. Città caruccia, nulla di che, meglio di Darwin. E’ un altro snodo importante per tutti i tour per la parte alta del Queensland, e la sera è invasa da orde di backpackers stra-ubriachi sull’aggressivo andante…la cosa comincia un pò a stufare, sinceramente. Ma è mai possibile che si ubriachino TUTTI, regolarmente, ogni sera, fino a sfasciarsi? Scene di gente che vomitava ogni due metri, risse, ragazze che si accapigliavano…Inglesi, tedeschi, olandesi, neo zelandesi, svizzeri, tutti accomunati da una sbronza collettiva costante. Un pizzico di buon senso mediterraneo ed un’escursione prenotata per la mattina dopo alle 7 hanno fatto sì che non prendessi parte alla notte di Cairns (not a big loss). Al contempo l’ostello che ci ospitava, il Calypso, era davvero un mondo a sè stante all’interno della città: pieno di ragazzi di tutto il mondo a far festa a tutte le ore a bordo piscina. Davvero bello, pieno di giovani e molto easy going: alla fine è stato molto più divertente restare a far festa lì piuttosto che in strada.

La prima cosa che bisogna fare, una volta a Cairns, è andare a visitare la Grande Barriera Corallina e fare diving o snorkeling, o tutti e due. Dopo due ore abbondanti di nave con il 90% dei passeggeri alle prese con i sacchetti per il vomito, arriviamo nel punto consigliato per fare immersioni. Non avevo mai provato, ed all’inizio ero un pò titubante…alla fine, si è rivelata una delle cose più belle mai fatte in assoluto, un highlight della vacanza ed un’esperienza unica da rifare. Andare sotto, anche se solo di 10 metri e mezzo, essere tutt’uno con il mare ed il suo silenzio, sentire solo il proprio respiro mentre si nuota tra pesci e tartarughe, guardare verso l’alto il riflesso del sole sulla superfice dell’acqua…un’emozione indimenticabile, da provare assolutamente nella vita. Appena risalito in barca mi sentivo come un bambino, volevo tornare subito sotto con le bombole! Aver iniziato in Australia nella Barriera Corallina è stato un grande battesimo al diving. Anche lo snorkeling è stato bello, ed ho avuto la possibilità di fare qualche foto ai vari pesci colorati che ci nuotavano attorno…però sinceramente, mi aspettavo più colori. Non dico che avrei voluto rivedere Alla Ricerca di Nemo, però qualche pesce pagliaccio non mi sarebbe dispiaciuto. Purtroppo niente squali, sono sicuro che sarebbe stata un’emozione fortissima. Ci avevano detto che ne avremmo potuti incontrare di innoqui, ma purtroppo nulla.

Dopo la bellissima esperienza di diving nella Barriera Corallina, ci siamo spostati ancora più a nord, a Cape Tribulation. Si tratta di un posto veramente isolato e wild, dove la foresta pluviale arriva direttamente sull’oceano: in pratica un paesaggio identico a quello dell’isola di LOST. Spiaggia infinita a ridosso della foresta…e nessuno attorno, deserto più totale. I momenti da ricordare di questo posto:

  • l’incontro con un indigeno del luogo che raccoglieva noci di cocco da portare ad una donna francese che viveva da anni sola nella foresta pluviale (mmm…sounds familiar…);
  • la sera in hotel da soli, unici ospiti, reception chiusa e televisore acceso nella sala con l’eco, il tutto nella foresta…scena tipo Shining…;
  • goana di due metri che mi si piazza davanti mentre vado in spiaggia…un lucertolone gigante mai visto prima.

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Insomma, il primi quattro giorni di Queensland sono stati molto intensi, e le foto ne sono una testimonianza. Ma il bello deve ancora venire…è solo un assaggio di quello che il Queensland può offrire…

Luis.





Kakadu National Park

23 11 2008

La prima parte del tour, quella nel Northern Territory, si è conclusa con tre giorni (sempre in campeggio) in un parco nazionale davvero unico. Un paesaggio meraviglioso fatto di rilievi erosi dal vento, corsi d’acqua e vegetazione rigogliosa, con coccodrilli praticamente ovunque: questa una breve descrizione del Kakadu National Park, in prossimità della città di Darwin. Il caldo umido, tipico del clima tropicale, come al solito mi ha stroncato, e in città riuscivo a fare pochi metri prima di desiderare un pò di aria condizionata. Raffreddore a mal di gola assicurato, maledetto clima tropicale. Metti pure che la città è perlopiù un punto di incontro di camionisti diretti da Sydney a Perth che la sera vanno in giro a sbronzarsi come delle spugne, la città di Darwin ha davvero pochissime emozioni da regalare al mondo. Mitici gli incontri nei bagni pubblici dei pub con camionisti completamente ubriachi che sfidavano a gara di muscoli di fronte allo specchio (che gioco a fare???) o che volevano parlare di come si conquista una ragazza dall’abitacolo del camion con il solo utilizzo del clacson abbinato al braccio fuori dal finestrino. La città é però un punto di partenza per tutti i tour diretti al Kakadu National Park, e questa conclusione del tour nell’outback è stata davvero bellissima: il paesaggio è affascianante e fare il bagno sotto le cascate era un’altra cosa che mi mancava. Poiché non era ancora stagione delle piogge, le cascate ed i corsi d’acqua non hanno dato il meglio di sè in termini di quantità, ma hanno comunque offerto uno spettacolo fantastico. Davvero belle le Jim Jim Falls e le Twin Falls, che hanno addirittura una piccola spiaggetta a completare lo scenario da cartolina. Ovviamente, la stragrande maggioranza di queste acque rappresenta l’habitat naturale per i coccodrilli, e cartelli su cartelli ricordano che è meglio non avvicinarsi troppo. C’è comunque qualche punto in cui ci si può tuffare, soprattutto nelle Florence Falls e Wangi Falls del Litchfield Park, un parco adiacente al Kakadu, e lo spettacolo che si può ammirare dall’acqua guardando verso l’alto è davvero unico. Anche durante questa parte di tour, il mio fisico è stato messo a dura prova da camminate di tre ore sulle rocce, notti brevi e cibo di ogni tipo.
Il gruppo stavolta era composto per lo più da inglesi, ed un momento da ricordare é sicuramente Marco che, dopo un accesissima discussione a muso duro, stava per scendere alle mani con un idraulico di Leeds (fidanzato con una maestra di Manchester) per il furto di una lattina di birra (da parte del plumber)…la birra è davvero un argomento serio per la compagine albionica, ma anche per un veneto DOC come Marco. A parte questo episodio alcolico, la compagnia internazionale è stata molto buona e la massima stima l’abbiamo ottenuta quando abbiamo svelato loro il segreto della pasta, durante una cena: mettere il sale. Tripudio, standing ovation e facce costernate per la rivelazione del terzo segreto di Fatima, in una tenda/cucina con ragazzi di tutto il mondo intenti ad aggiornare il proprio diario ed a trascorrere la serata tra “where have you been before Kakadu” e “How long have you been here for”. Facce viste per tre giorni, viaggi che si sono incrociati e vite che per un minimo hanno avuto modo di confrontarsi con altre: è stato e sarà un pò il fil rouge di questo Australian tour. E così, dopo il “So, where are you going next?”, riguardando le foto e prima di scendere ognuno al prorio ostello a Darwin, “Well, we’re flying to Cairns, East Coast”.

Luis.





Sabbia rossa e deserto. The Outback

19 11 2008

Oh, vedo tutto attraverso sabbia rossa e deserto…non ci sono parole migliori per raccontare i 9 giorni vissuti nell’outback australiano, il deserto rosso incontaminato, il fascino della sacralità di Uluru, e la scoperta di quella che per molti è l’Australia più autentica. Gli esploratori europei che agli inizi dell’ ‘800 si imbatterono per la prima volta in questa natura ostile ed aspra di sicuro non avevano in mente la voce di Piero Pelù che cantava del viaggio spirituale nel deserto in Fata Morgana (Litfiba), ma questa colonna sonora rende benissimo la sensazione che si prova quando da Sydney si arriva in volo ad Alice Springs dopo aver sorvolato immense distese di terra rossa che si estendono a perdita d’occhio. Il sole severissimo appena scesi dall’aereo, 36° secchi, ci fa capire che non sarà proprio una passeggiata, e che la protezione solare 30+ finirà presto…Gli aborigeni che incontriamo ad Alice Springs sono purtroppo in un contesto che non gli si addice e quindi sono la versione moderna e snaturata (per colpa dell’alcolismo dilagante) di quelli che veneravano Uluru (meglio conosciuto come Ayers Rock) come luogo sacro in cui svolgere la maggior parte delle attività per la tribù. A questo va aggiunto che Alice Springs è una desolazione, un centro abitato in mezzo al nulla dal quale partono tutti i tour per visitare il deserto. Unico episodio degno di nota legato a questa città è stato l’incontro con Juno, un ragazzo di Seoul che viveva (nell’ostello) e lavorava lì da molti mesi, con l’obietivo di mettere da parte dei soldi per girare l’Australia. Un lupo solitario con gli occhi a mandorla che non aveva il tempo di fare amicizia con dei compagni di stanza che la mattina dopo erano già partiti…
La prima regola è stata subito chiara: sveglia prestissimo, anche alle 4.30 am, per evitare il caldo atroce e per fare le lunghe camminate con il fresco della mattina. Regola numero due, sempre un paio di bottiglie d’acqua con sè. Durante tutti i nove giorni si è creato un bellissimo spirito di gruppo con gli altri ragazzi, il chè è necessario quando si vive in tenda e campeggio, dove tutti devono fare qualcosa, dal cucinare al pulire i piatti o raccogliere la legna per il fuoco della sera. Io e Marco unici italiani in un gruppo formato da ragazzi provenienti da UK, Olanda, Germania, Giappone, Francia e sopratutto Svizzera. Durante questo tour, ma anche durante tutto il viaggio in generale, abbiamo incontrato moltissimi svizzeri, che non facevano altro che tessere le lodi di Zurigo o Ginevra (destino?). Bello quindi in autobus o davanti al fuoco la sera stare a scoprire vite di gente incrociata dall’altra parte del mondo. “Luigi & Marco? It’s like Luigi & Mario Bros!” oppure “Luigi, mammamia” (con cadenza da emigrante di inizio ‘900) le esclamazioni delle persone a cui ci si presentava…sempre, ma sempre! Tipo un codice internazionale condiviso con cui presentarsi ai Luigi.
I ritmi e le lunghe camminate hanno fatto sì che la sera, qualunque cosa ci fosse da mettere sul BBQ o nelle pentole vicino al fuoco fosse accolta come prelibatezza. Inoltre, nonostante ragni, serpenti e dingo, si arrivava ad una certa ora in cui si era così stanchi che si buttava il sacco a pelo a terra all’aperto o in tenda e si andava a letto senza troppe storie. Anzi, le sensazioni erano così positive e si era così a contatto con la natura che andava benissimo così, era tutto parte dell’esperienza. E dormire all’aperto sotto le stelle con il vento del deserto è stata un’esperienza bellissima (questo lo dico ex post, quella notte ho maledetto il momento in cui avevo deciso di stare fuori per il vento e la polvere in faccia…): le stelle che si vedono da questa parte del globo sono uno spettacolo mozzafiato, un qualcosa di indescrivibile. Partono già a milioni dall’orizzonte, fittissime e luminosissime, e quella notte ho avuto la possibilità di dormire sotto una chiarissima Milky Way (la via lattea) e le Magellan Clouds (le nubi di Magellano), uno spettacolo formato da corpi celesti che creano due piccole nuvole composte da centinaia di milioni di stelle a 15.000 anni luce…Magellano le osservò durante la sua prima circumnavigazione nell’emisfero sud, e da qui il nome di questa meraviglia astronomica che mi ha rapito.

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Il rumore del selciato sotto le scarpe dei primi a svegliarsi era oramai il segnale che era ora di alzarsi, e con la torcia in mano corsa in bagno, colazione e via. Zainetto ridotto all’osso, cellulare, gadget tecnologici e dipendenza da internet lasciati in valigia e libertà totale…proprio quello che volevo.

Non dimenticherò mai la mattina in cui siamo andati ad Ayers Rock. Forse uno dei momenti più belli di tutto il viaggio: buio pesto, silenzio da risveglio traumatico in autobus, musica di sottofondo. Partono le prime note di Shine on Your Crazy Diamonds dei Pink Floyd proprio nel momento in cui il nero del cielo comincia a diventare blu, e si cominciano a vedere le prime forme…ci si avvicina, e l’atmosfera mistica che si era creata viene coronata dalla visione delle forme della mitica roccia che iniziano a delinearsi, una forma nera immensa, nel blu scurissimo dell’alba…ed in quel momento partono le quattro note dell’arpeggio più famoso dei Pink Floyd. Incredibile, un’emozione davvero indimenticabile. La sacralità del luogo è stata rispettata, nessuno ha avuto il cattivo gusto di scalare Uluru e la tradizione aborigena non è stata offesa. Nei giorni successivi abbiamo vissuto lo spettacolo di Kata Tjuta, ossia i monti Olgas, l’immensità del Kings Canyon, le Devils Marbles e tanta sabbia rossa.
Ma più ci si avvicinava a Darwin, più la vegetazione iniziava ad assumere tratti tropicali, ed i corsi d’acqua diventavano sempre più presenti. Ai canguri, serpenti, ragni e goana iniziavano ad aggiungersi coccodrilli e uccelli di vario tipo, ed il clima diventava sempre più umido. Altra giornata storica è stata a Katherine Gorge, un fiume in cui abbiamo fatto canoa e bagno con la certezza che fosse sicuro: dopo 3 giorni, nello stesso tratto di fiume è stato trovato un coccodrillo di acqua salata (quelli cattivi…) da 3 metri e 7…anche questo, molto bello ex post! Pensare che abbiamo trascorso tutta la mattinata in acqua…altra storia i coccodrilli di acqua dolce, più piccoli e meno aggressivi: bagno anche con loro, stavolta sapendolo, ma a quanto pare hanno paura dell’uomo e scappano…infatti, tutto ok, grande esperienza nuotare sapendo di avere queste bestiole sotto! Del resto, tra tutti i bagnanti che c’erano, proprio a me dovevano venire a rompere? Non sarebbe stato un piatto ricco…
Questi i primi sei giorni, prima di arrivare a Darwin e al Kakadu National Park, ma questa è un’altra storia…per il momento, queste sono le foto di questa parte di viaggio nel deserto, parlano da sole e sono meglio di mille descrizioni.
E’ solo l’inzio di un lungo viaggio, ma a questo punto del tour era già ben chiaro quanto fosse bello vivere quest’avvenura con meno roba possile e provare ad adattarsi a tutte le condizioni…e di quanto fosse “wild” la vera Australia.

Luis.





20 Oct – 14 Nov: Australian Tour Unplugged

19 10 2008

Ci siamo quasi. Lunedi’ finalmente si vola e comincia la vacanza. Venerdì è stato l’ultimo giorno di lavoro, e  questa immagine di Darling Harbour con la luna mi fara’ pensare a quando dopo l’ufficio si andava tutti a fare una birretta vicino al mare. Davvero un bellissimo ambiente di lavoro, davvero un gran feeling con i colleghi, bei progetti e bei servizi…una gran bella esperienza, sotto ogni aspetto.

Ora arriva il rantolo finale di quest’avventura, il “viaggio nel viaggio”. Domani mattina presto ho l’aereo per Alice Springs, da lì partirà un tour di 9 giorni nel deserto rosso dell’Australia centrale. Poi, da Darwin, si volerà alla volta del Queensland, a Cairns, per godersi la foresta pluviale, la barriera corallina, le immersioni, il camping sulle isole…giù fino a Fraser Island, passando per le Whitsundays Islands. Tutto questo solo con zaino e macchina fotografica, per 25 giorni. E’ la mia prima esperienza da backpacker vero, sopravviverò nel deserto senza il mac e senza internet? :) Sarà la volta buona per disintossicarmi e per vivere un pò unplugged, per provare la “mental detox”. Del resto, credo che paesaggi del genere mi faranno pensare a tutto fuorchè a controllare la mail o corriere.it:

Ciò che davvero non mi fa stare nella pelle è questa sensazione di libertà nel partire, con vestiti e “personal belongings” ridotti veramente all’osso per quasi un mese…sarà fantastico, ne sono sicuro!

A presto, a quando ci saranno un bel pò di luoghi da descrivere e momenti da raccontare.

Luis.





Alba chiara (disimpegno emozionale)

17 10 2008
Al ritorno da una notte brava, stanco morto e con la musica della discoteca che ancora rimbombava nelle orecchie, gli occhi che prendevano a calci le lenti a contatto e le gambe che andavano per inerzia, la visione degli Eastern Suburbs all’alba mi ha rapito. Affacciatomi alla finestra, non ho resistito: macchina fotografica in mano e giu’ di nuovo, alle 5.30 am di qualche venerdi’ notte fa. Silenzio ispiratore, luce morbida e colori delicati, ed ecco un nuovo volto di Tamarama, quando si sveglia ed il Pacifico fa onore al suo nome. Quale posto e momento migliore per riconcilare tutte le emozioni e le sensazioni che caratterizzano questo periodo? Sono avido di immagini, di odori, di rumori, di qualunque cosa possa mantenere vivo il ricordo del posto in cui forse ho trovato la massima ispirazione fino ad ora. Questa e’ Tamarama per me, il posto della mente (insieme a Capri) in cui rifugiarsi quando vorro’ evadere un attimo.
Digressioni poetiche a parte, trascorrere un’oretta all’alba a Tamarama e godersi il silenzio (cfr. Depeche Mode) e’ stato davvero rilassante, disintossicante (sempre che ci fosse qualcosa da cui disintossicarsi) e ispiratore. E’ stato uno di quei momenti in cui pensare troppo e’ davvero pointless, sia per la stanchezza che per la bellezza del contesto in cui si e’ calati. Stordito dal sonno, ancora di piu’ dal silenzio, rilassato e contento me ne sono andato a letto. Riguardandomi le foto che appendero’ in camera.

Luis.





On the road, soon.

4 10 2008

Dato che il volo SYD-BKK-MXP è previsto per l’8 Dicembre, ora tutto sta nell’ottimizzare questi ultimi mesi, cercando di godersi ogni attimo a testa in giù: l’idea è quella di partire a fine ottobre per un super tour  di 1 mese dell’Australia, dal deserto alla barriera corallina, per lo più on the road. Melbourne, Alice Springs, Darwin, Cape Tribulation, Fraser Islands, Cairns, Byron Bay, Whitsundays Islands fanno parte di una wish list che si sta allungando giorno dopo giorno. Guida alla mano e ricerche in internet, io e Marco siamo in piena fase di pianificazione itinerario-controllo budget, per non arrivare alla fine del viaggio con le pezze. Per ora è tutto solo ipotizzato, ma il deserto (con Ayers Rock), la barriera corallina e alcune isole sono dei must! E devo pur vedere un koala, diamine! Non si può partire senza aver fatto un bel giro di questo paese meraviglioso, vedere quei posti incredibili che fanno parte dell’immaginario colletivo legato all’idea del South Pacific. Ma deve essere un viaggio on the road, con meno roba possibile, molto selvaggio e molto all’avventura…il massimo sarebbe un mix di bus e jeep (chi guiderà a destra??), per essere liberi di spostarsi a piacimento e vivere l’Australia al massimo. Qualcosa che andrà a coronare quest’esperienza incredibile e che mi aiuterà nella fase di passaggio a ciò che mi aspetta dopo l’Australia: tutto quello che ho vissuto e che sto vivendo qui mi sta dando una serie di stimoli ed impulsi che mi aiutano ad allargare la visuale e ad approcciare il percorso in modi alternativi. Gli obiettivi restano gli stessi, ma ora c’è la consapevolezza che la strada non è una sola e che il cammino può avere dei piacevoli correttivi in itinere.

Pensare stando a testa in giù mi sta facendo bene.

Luis.





Una tavola da surf non fa primavera…

27 09 2008

Sabato scorso c’è stato un clima pazzesco: 30° e tutti al mare, tanto che ho dovuto affrettarmi nell’acquistare infradito, crema solare (protezione 30) e costume per gettarmi finalmente in spiaggia. Contentissimi, eravamo tutti convinti che quella giornata a Bondi beach piena zeppa di gente avesse inaugurato la bella stagione. Falso. Il giorno dopo c’erano 10° in meno, con conseguente spiazzamento dei giovani già pronti a bissare la giornata al mare. Mi sa che c’è ancora da aspettare.

Per ora questa primavera australiana mi ha regalato le prime giornate in spiaggia, i primi bagni in un freddissimo oceano e una conseguente influenza che mi tiene a letto da 2 giorni…ripeto, si passa tranquillamente da 30° a 14° in un giorno, e vista la rinomata scarsa professionalità dei miei anticorpi e del mio fisico, eccomi costretto ad investire in aspirine e fazzoletti. Tutti dicono che questo è l’inverno più freddo e più lungo degli ultimi anni, e che sfiga! Ma le giornate in spiaggia sono comunque bellissime, e durante la settimana in ufficio non si fa altro che maledire il fatto di non essere a mare in quel momento! Marco ha finito ed è in vacanza, quindi la mattina, quando esco per andare in ufficio e realizzo che lui è in piena vacanza, i gestacci e gli insulti si sprecano…ma tra 3 settimane finisco anche io, ed allora si inizierà a ragionare! Già mi sto gustando i lazy days che mi aspettano prima del viaggio, tra corsette in riva al mare, spiaggia e relax totale…davvero non vedo l’ora, dato che quest’anno sono arrivato in Australia ad aprile e mi sono fatto 2 inverni di fila!

La vita in spiaggia sembra molto diversa dalla nostra: non ci sono strutture tipo lidi con ombrelloni, sdraio, lettini e pattini. E’ tutta spiaggia libera, tenuta benissimo, pulitissima, con lifeguard perennemene a lavoro per via degli animali non proprio amichevoli (squali, meduse letali, stone fish…) e per le correnti dell’oceano, che sono un attimino più pericolose di quelle del Mediterraneo. Il mare è spesso agitato, con onde che sono una delizia per i surfisti ed una croce per i bagnanti. Diciamo che la vita da spiaggia in Australia è diversa, ma molto cool: più sportiva, più attiva, meno lazy. Non esiste il bagnetto a mollo in mare o la giornata sul lettino con le parole crociate; piuttosto asciugamano a terra sulla sabbia, frisbee, beach volley, surf, corsa, esercizi…io per il momento mi limito ai primi due, sperando di attivarmi un pò, visto che a confronto con i surfisti che popolano Bondi il mio fisico della 50 Lire è improponibile…loro hanno la “tartaruga”, ossia addominali perfetti e addome scolpito…io ho “l’orsetto in letargo”, ossia quella panzettiella da cummenda non troppo pronunciata ma presente. Mannaggia. Per non parlare dell’abbronzatura: nocciola e caffè contro fior di latte e vaniglia. Va bene tutto, ma alla fine vien quasi voglia di restare in maglietta! E nemmeno regge la scusa “io durante il giorno vado a lavorare, voi non fate un cazzo dalla mattina alla sera! Bravi tutti così!”, perchè questi mostri si alzano la mattina presto per fare 1 ora di surf pre-lavoro e poi, non contenti, vanno pure a correre durante la pausa pranzo e dopo l’ufficio…maledetti, meglio predisposti geneticamente…Io alla mattina ho la sveglia alla Fantozzi, ossia regolata su un orario che possa ottimizzare al massimo le ore di sonno fino all’ultimo minuto disponibile. Poi cornetto in metropolitana, caffè in ufficio…pausa pranzo super rilassata e poi quando torno a casa la sera figuriamoci se mi metto a correre!! Che chiavica, lo so.

Comunque, con le giornate più lunghe, il clima più caldo e le vacanze dietro l’angolo mi metterò di impegno affinchè il fisico della 50 lire possa diventare almeno 1€! Altrimenti dovrò trovare un’altra scusa…!

Luis.