
Oh, vedo tutto attraverso sabbia rossa e deserto…non ci sono parole migliori per raccontare i 9 giorni vissuti nell’outback australiano, il deserto rosso incontaminato, il fascino della sacralità di Uluru, e la scoperta di quella che per molti è l’Australia più autentica. Gli esploratori europei che agli inizi dell’ ‘800 si imbatterono per la prima volta in questa natura ostile ed aspra di sicuro non avevano in mente la voce di Piero Pelù che cantava del viaggio spirituale nel deserto in Fata Morgana (Litfiba), ma questa colonna sonora rende benissimo la sensazione che si prova quando da Sydney si arriva in volo ad Alice Springs dopo aver sorvolato immense distese di terra rossa che si estendono a perdita d’occhio. Il sole severissimo appena scesi dall’aereo, 36° secchi, ci fa capire che non sarà proprio una passeggiata, e che la protezione solare 30+ finirà presto…Gli aborigeni che incontriamo ad Alice Springs sono purtroppo in un contesto che non gli si addice e quindi sono la versione moderna e snaturata (per colpa dell’alcolismo dilagante) di quelli che veneravano Uluru (meglio conosciuto come Ayers Rock) come luogo sacro in cui svolgere la maggior parte delle attività per la tribù. A questo va aggiunto che Alice Springs è una desolazione, un centro abitato in mezzo al nulla dal quale partono tutti i tour per visitare il deserto. Unico episodio degno di nota legato a questa città è stato l’incontro con Juno, un ragazzo di Seoul che viveva (nell’ostello) e lavorava lì da molti mesi, con l’obietivo di mettere da parte dei soldi per girare l’Australia. Un lupo solitario con gli occhi a mandorla che non aveva il tempo di fare amicizia con dei compagni di stanza che la mattina dopo erano già partiti…
La prima regola è stata subito chiara: sveglia prestissimo, anche alle 4.30 am, per evitare il caldo atroce e per fare le lunghe camminate con il fresco della mattina. Regola numero due, sempre un paio di bottiglie d’acqua con sè. Durante tutti i nove giorni si è creato un bellissimo spirito di gruppo con gli altri ragazzi, il chè è necessario quando si vive in tenda e campeggio, dove tutti devono fare qualcosa, dal cucinare al pulire i piatti o raccogliere la legna per il fuoco della sera. Io e Marco unici italiani in un gruppo formato da ragazzi provenienti da UK, Olanda, Germania, Giappone, Francia e sopratutto Svizzera. Durante questo tour, ma anche durante tutto il viaggio in generale, abbiamo incontrato moltissimi svizzeri, che non facevano altro che tessere le lodi di Zurigo o Ginevra (destino?). Bello quindi in autobus o davanti al fuoco la sera stare a scoprire vite di gente incrociata dall’altra parte del mondo. “Luigi & Marco? It’s like Luigi & Mario Bros!” oppure “Luigi, mammamia” (con cadenza da emigrante di inizio ‘900) le esclamazioni delle persone a cui ci si presentava…sempre, ma sempre! Tipo un codice internazionale condiviso con cui presentarsi ai Luigi.
I ritmi e le lunghe camminate hanno fatto sì che la sera, qualunque cosa ci fosse da mettere sul BBQ o nelle pentole vicino al fuoco fosse accolta come prelibatezza. Inoltre, nonostante ragni, serpenti e dingo, si arrivava ad una certa ora in cui si era così stanchi che si buttava il sacco a pelo a terra all’aperto o in tenda e si andava a letto senza troppe storie. Anzi, le sensazioni erano così positive e si era così a contatto con la natura che andava benissimo così, era tutto parte dell’esperienza. E dormire all’aperto sotto le stelle con il vento del deserto è stata un’esperienza bellissima (questo lo dico ex post, quella notte ho maledetto il momento in cui avevo deciso di stare fuori per il vento e la polvere in faccia…): le stelle che si vedono da questa parte del globo sono uno spettacolo mozzafiato, un qualcosa di indescrivibile. Partono già a milioni dall’orizzonte, fittissime e luminosissime, e quella notte ho avuto la possibilità di dormire sotto una chiarissima Milky Way (la via lattea) e le Magellan Clouds (le nubi di Magellano), uno spettacolo formato da corpi celesti che creano due piccole nuvole composte da centinaia di milioni di stelle a 15.000 anni luce…Magellano le osservò durante la sua prima circumnavigazione nell’emisfero sud, e da qui il nome di questa meraviglia astronomica che mi ha rapito.

Il rumore del selciato sotto le scarpe dei primi a svegliarsi era oramai il segnale che era ora di alzarsi, e con la torcia in mano corsa in bagno, colazione e via. Zainetto ridotto all’osso, cellulare, gadget tecnologici e dipendenza da internet lasciati in valigia e libertà totale…proprio quello che volevo.
Non dimenticherò mai la mattina in cui siamo andati ad Ayers Rock. Forse uno dei momenti più belli di tutto il viaggio: buio pesto, silenzio da risveglio traumatico in autobus, musica di sottofondo. Partono le prime note di Shine on Your Crazy Diamonds dei Pink Floyd proprio nel momento in cui il nero del cielo comincia a diventare blu, e si cominciano a vedere le prime forme…ci si avvicina, e l’atmosfera mistica che si era creata viene coronata dalla visione delle forme della mitica roccia che iniziano a delinearsi, una forma nera immensa, nel blu scurissimo dell’alba…ed in quel momento partono le quattro note dell’arpeggio più famoso dei Pink Floyd. Incredibile, un’emozione davvero indimenticabile. La sacralità del luogo è stata rispettata, nessuno ha avuto il cattivo gusto di scalare Uluru e la tradizione aborigena non è stata offesa. Nei giorni successivi abbiamo vissuto lo spettacolo di Kata Tjuta, ossia i monti Olgas, l’immensità del Kings Canyon, le Devils Marbles e tanta sabbia rossa.
Ma più ci si avvicinava a Darwin, più la vegetazione iniziava ad assumere tratti tropicali, ed i corsi d’acqua diventavano sempre più presenti. Ai canguri, serpenti, ragni e goana iniziavano ad aggiungersi coccodrilli e uccelli di vario tipo, ed il clima diventava sempre più umido. Altra giornata storica è stata a Katherine Gorge, un fiume in cui abbiamo fatto canoa e bagno con la certezza che fosse sicuro: dopo 3 giorni, nello stesso tratto di fiume è stato trovato un coccodrillo di acqua salata (quelli cattivi…) da 3 metri e 7…anche questo, molto bello ex post! Pensare che abbiamo trascorso tutta la mattinata in acqua…altra storia i coccodrilli di acqua dolce, più piccoli e meno aggressivi: bagno anche con loro, stavolta sapendolo, ma a quanto pare hanno paura dell’uomo e scappano…infatti, tutto ok, grande esperienza nuotare sapendo di avere queste bestiole sotto! Del resto, tra tutti i bagnanti che c’erano, proprio a me dovevano venire a rompere? Non sarebbe stato un piatto ricco…
Questi i primi sei giorni, prima di arrivare a Darwin e al Kakadu National Park, ma questa è un’altra storia…per il momento, queste sono le foto di questa parte di viaggio nel deserto, parlano da sole e sono meglio di mille descrizioni.
E’ solo l’inzio di un lungo viaggio, ma a questo punto del tour era già ben chiaro quanto fosse bello vivere quest’avvenura con meno roba possile e provare ad adattarsi a tutte le condizioni…e di quanto fosse “wild” la vera Australia.
Luis.
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