Fraser Island, la degna conclusione di un tour da sogno.

6 12 2008

Ultimo capitolo del tour: l’isola di sabbia e la scoperta del campeggio selvaggio. L’essenza di questi ultimi tre giorni di vacanza potrebbe essere racchiusa in questa frase. In effeti, Fraser Island è stata una gran bella sorpresa: dopo quattordici ore di sofferenza sul Grayhound da Airlie Beach ad Hervey Bay (un’altra notte buttata) e dopo aver superato il Tropico del Capricorno, siamo arrivati in questa microscopica città fantasma, con si e no 20 persone per strada a camminare. Reduci dalla bellezza delle Whitsundays, eravamo più che contenti di chiudere il viaggio con un’esperienza “più normale”, ma anche stavolta l’Australia ci ha regalato una perla rara. Un’isola di sabbia lunga 140 KM, in cui la natura si è adattata alle particolari condizioni ed ha vinto: questa è Fraser Island, un’isola in cui gli alberi, che non possono nutrirsi dal suolo, hanno sviluppato un sistema di radici sui rami per vivere di insetti e di tutto ciò che è nell’aria. Un’isola in cui è ancora possibile vedere piante risalenti ai tempi dei dinosauri e dove la natura è rimasta così isolata da differenziarsi dalla terra ferma. I dingo che popolano questo posto non hanno mai incrociato cani normali, quindi sono ancora i più puri (e i più bastardi). Durante quest’ultima avventura, è stato bellissimo guidare (non io) sulla spiaggia, visitare i laghi interni che sono uno spettacolo della natura per quanto sono cristallini, camminare per spiagge lunghissime con un mare agitatissimo…

Ma soprattutto, fare campeggio! All’età di ventiquattro anni, ho scoperto il piacere selvaggio del campeggio! Chi me lo avrebbe mai detto fino ad un anno fa che mi sarei divertito così tanto a montare la tenda sotto la pioggia, nel fango, scalzo? O a dormire a terra sapendo che su quell’isola vivono sette delle dieci specie di serpenti più velenose al mondo? Ma non è mai morto nessuno…quindi, in una tenda ben chiusa ci si può provare. E che piacere la mattina andare al bagno e vedersi sbucare un goana di due metri (un lucertolone) che se ne va quatto quatto per i fatti suoi…il livello di adattamento e di natura selvaggia ha davvero raggiunto il massimo su quest’isola, e sinceramente sono rimasto sorpresissimo da quanto mi sia adattato a tutto questo divertendomi come un matto. Anche a livello paesaggistico, Fraser Island offre degli ottimi scorci, come Eli’s Creek o Indian Lookout, per non parlare del Lake McKenzy, un lago che sembra una spiaggia della barriera corallina, per quanto l’acqua è trasparente. E con Sex on Fire dei Kings of Leon in sottofondo (la colonna sonora di tutto il viaggio: la davano in radio ogni 30 minuti…), la vacanza è finita! Mannaggia, è proprio volata…ma è stata un’esperienza incredibile, un viaggio indimenticabile, davvero on the road. Molto più wild di quanto me lo aspettassi, molto più profondo di quanto si potesse prevedere…davvero ogni oltre aspettativa. Foto: vedere per credere. E l’emozione provata dall’aereo sorvolando la baia di Sydney al ritorno, è stata una cosa da togliere il fiato: la bellezza di questa città, il senso di appartenenza agli Eastern Suburbs dopo così poco tempo, tutte le facce e le storie che ho incontrato durante questi mesi, le relazioni personali che sono venute a crearsi…nonostante tutto, anche dopo questo tour, la MIA Australia resta Sydney, con i suoi colori, la sua vita e la sua anima semplice.

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Luis.





Un tuffo nel Pacifico. Finalmente Queensland, East Coast.

26 11 2008

Dopo l’estenuante ma indimenticabile esperienza nell’outback australiano, avevamo programmato il viaggio affinché la seconda parte fosse stata in Queensland, sulla costa est. La sola ipotesi di tornare in Europa a Dicembre, e quindi di farsi tre inverni (ed una primavera fredda) di fila era stata scartata a priori. Un pò di sano caldo e vacanza al mare era necessario, e così la scelta è caduta sullo stato più amato dagli australiani per le vacanze. Il punto di partenza di chi arriva da nord è Cairns, ed è infatti la città che ci ha accolto dopo un volo alle 5.00 di mattina (check-in alle 3.00…mai visto prima, per un volo interno). Lasciataci alle spalle l’insulsa Darwin ed il suo caldo umido schifoso (al solo pensiero mi sento fiacco e svengo sulla tastiera…), troviamo un clima tipico del nostro inizio estate, anche se veniamo messi subito di fronte ad una terribile verità che ci accompagnerà per tutto il viaggio: il bagno a mare NON SI FA. Coccodrilli, squali, meduse che possono essere letali, stone fish, correnti e vespe di mare…wa, e che è? E che miseria è mai questa? Uno si vuole tuffare perchè sta morendo di caldo e giustamente, vede il mare e si vuole buttara…non sia mai! Tutte le bastie più infami stanno qua! “E vabbè, oh”…pazienza. Così, per fare il bagno bisogna andare alla lagoon, una spiaggia pubblica artificiale, dove tutto è stato riprodotto fedelmente, tranne i mostri. Un pò triste, ma è l’unico modo per fare il bagno a Cairns. Città caruccia, nulla di che, meglio di Darwin. E’ un altro snodo importante per tutti i tour per la parte alta del Queensland, e la sera è invasa da orde di backpackers stra-ubriachi sull’aggressivo andante…la cosa comincia un pò a stufare, sinceramente. Ma è mai possibile che si ubriachino TUTTI, regolarmente, ogni sera, fino a sfasciarsi? Scene di gente che vomitava ogni due metri, risse, ragazze che si accapigliavano…Inglesi, tedeschi, olandesi, neo zelandesi, svizzeri, tutti accomunati da una sbronza collettiva costante. Un pizzico di buon senso mediterraneo ed un’escursione prenotata per la mattina dopo alle 7 hanno fatto sì che non prendessi parte alla notte di Cairns (not a big loss). Al contempo l’ostello che ci ospitava, il Calypso, era davvero un mondo a sè stante all’interno della città: pieno di ragazzi di tutto il mondo a far festa a tutte le ore a bordo piscina. Davvero bello, pieno di giovani e molto easy going: alla fine è stato molto più divertente restare a far festa lì piuttosto che in strada.

La prima cosa che bisogna fare, una volta a Cairns, è andare a visitare la Grande Barriera Corallina e fare diving o snorkeling, o tutti e due. Dopo due ore abbondanti di nave con il 90% dei passeggeri alle prese con i sacchetti per il vomito, arriviamo nel punto consigliato per fare immersioni. Non avevo mai provato, ed all’inizio ero un pò titubante…alla fine, si è rivelata una delle cose più belle mai fatte in assoluto, un highlight della vacanza ed un’esperienza unica da rifare. Andare sotto, anche se solo di 10 metri e mezzo, essere tutt’uno con il mare ed il suo silenzio, sentire solo il proprio respiro mentre si nuota tra pesci e tartarughe, guardare verso l’alto il riflesso del sole sulla superfice dell’acqua…un’emozione indimenticabile, da provare assolutamente nella vita. Appena risalito in barca mi sentivo come un bambino, volevo tornare subito sotto con le bombole! Aver iniziato in Australia nella Barriera Corallina è stato un grande battesimo al diving. Anche lo snorkeling è stato bello, ed ho avuto la possibilità di fare qualche foto ai vari pesci colorati che ci nuotavano attorno…però sinceramente, mi aspettavo più colori. Non dico che avrei voluto rivedere Alla Ricerca di Nemo, però qualche pesce pagliaccio non mi sarebbe dispiaciuto. Purtroppo niente squali, sono sicuro che sarebbe stata un’emozione fortissima. Ci avevano detto che ne avremmo potuti incontrare di innoqui, ma purtroppo nulla.

Dopo la bellissima esperienza di diving nella Barriera Corallina, ci siamo spostati ancora più a nord, a Cape Tribulation. Si tratta di un posto veramente isolato e wild, dove la foresta pluviale arriva direttamente sull’oceano: in pratica un paesaggio identico a quello dell’isola di LOST. Spiaggia infinita a ridosso della foresta…e nessuno attorno, deserto più totale. I momenti da ricordare di questo posto:

  • l’incontro con un indigeno del luogo che raccoglieva noci di cocco da portare ad una donna francese che viveva da anni sola nella foresta pluviale (mmm…sounds familiar…);
  • la sera in hotel da soli, unici ospiti, reception chiusa e televisore acceso nella sala con l’eco, il tutto nella foresta…scena tipo Shining…;
  • goana di due metri che mi si piazza davanti mentre vado in spiaggia…un lucertolone gigante mai visto prima.

goana

Insomma, il primi quattro giorni di Queensland sono stati molto intensi, e le foto ne sono una testimonianza. Ma il bello deve ancora venire…è solo un assaggio di quello che il Queensland può offrire…

Luis.





Sabbia rossa e deserto. The Outback

19 11 2008

Oh, vedo tutto attraverso sabbia rossa e deserto…non ci sono parole migliori per raccontare i 9 giorni vissuti nell’outback australiano, il deserto rosso incontaminato, il fascino della sacralità di Uluru, e la scoperta di quella che per molti è l’Australia più autentica. Gli esploratori europei che agli inizi dell’ ‘800 si imbatterono per la prima volta in questa natura ostile ed aspra di sicuro non avevano in mente la voce di Piero Pelù che cantava del viaggio spirituale nel deserto in Fata Morgana (Litfiba), ma questa colonna sonora rende benissimo la sensazione che si prova quando da Sydney si arriva in volo ad Alice Springs dopo aver sorvolato immense distese di terra rossa che si estendono a perdita d’occhio. Il sole severissimo appena scesi dall’aereo, 36° secchi, ci fa capire che non sarà proprio una passeggiata, e che la protezione solare 30+ finirà presto…Gli aborigeni che incontriamo ad Alice Springs sono purtroppo in un contesto che non gli si addice e quindi sono la versione moderna e snaturata (per colpa dell’alcolismo dilagante) di quelli che veneravano Uluru (meglio conosciuto come Ayers Rock) come luogo sacro in cui svolgere la maggior parte delle attività per la tribù. A questo va aggiunto che Alice Springs è una desolazione, un centro abitato in mezzo al nulla dal quale partono tutti i tour per visitare il deserto. Unico episodio degno di nota legato a questa città è stato l’incontro con Juno, un ragazzo di Seoul che viveva (nell’ostello) e lavorava lì da molti mesi, con l’obietivo di mettere da parte dei soldi per girare l’Australia. Un lupo solitario con gli occhi a mandorla che non aveva il tempo di fare amicizia con dei compagni di stanza che la mattina dopo erano già partiti…
La prima regola è stata subito chiara: sveglia prestissimo, anche alle 4.30 am, per evitare il caldo atroce e per fare le lunghe camminate con il fresco della mattina. Regola numero due, sempre un paio di bottiglie d’acqua con sè. Durante tutti i nove giorni si è creato un bellissimo spirito di gruppo con gli altri ragazzi, il chè è necessario quando si vive in tenda e campeggio, dove tutti devono fare qualcosa, dal cucinare al pulire i piatti o raccogliere la legna per il fuoco della sera. Io e Marco unici italiani in un gruppo formato da ragazzi provenienti da UK, Olanda, Germania, Giappone, Francia e sopratutto Svizzera. Durante questo tour, ma anche durante tutto il viaggio in generale, abbiamo incontrato moltissimi svizzeri, che non facevano altro che tessere le lodi di Zurigo o Ginevra (destino?). Bello quindi in autobus o davanti al fuoco la sera stare a scoprire vite di gente incrociata dall’altra parte del mondo. “Luigi & Marco? It’s like Luigi & Mario Bros!” oppure “Luigi, mammamia” (con cadenza da emigrante di inizio ‘900) le esclamazioni delle persone a cui ci si presentava…sempre, ma sempre! Tipo un codice internazionale condiviso con cui presentarsi ai Luigi.
I ritmi e le lunghe camminate hanno fatto sì che la sera, qualunque cosa ci fosse da mettere sul BBQ o nelle pentole vicino al fuoco fosse accolta come prelibatezza. Inoltre, nonostante ragni, serpenti e dingo, si arrivava ad una certa ora in cui si era così stanchi che si buttava il sacco a pelo a terra all’aperto o in tenda e si andava a letto senza troppe storie. Anzi, le sensazioni erano così positive e si era così a contatto con la natura che andava benissimo così, era tutto parte dell’esperienza. E dormire all’aperto sotto le stelle con il vento del deserto è stata un’esperienza bellissima (questo lo dico ex post, quella notte ho maledetto il momento in cui avevo deciso di stare fuori per il vento e la polvere in faccia…): le stelle che si vedono da questa parte del globo sono uno spettacolo mozzafiato, un qualcosa di indescrivibile. Partono già a milioni dall’orizzonte, fittissime e luminosissime, e quella notte ho avuto la possibilità di dormire sotto una chiarissima Milky Way (la via lattea) e le Magellan Clouds (le nubi di Magellano), uno spettacolo formato da corpi celesti che creano due piccole nuvole composte da centinaia di milioni di stelle a 15.000 anni luce…Magellano le osservò durante la sua prima circumnavigazione nell’emisfero sud, e da qui il nome di questa meraviglia astronomica che mi ha rapito.

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Il rumore del selciato sotto le scarpe dei primi a svegliarsi era oramai il segnale che era ora di alzarsi, e con la torcia in mano corsa in bagno, colazione e via. Zainetto ridotto all’osso, cellulare, gadget tecnologici e dipendenza da internet lasciati in valigia e libertà totale…proprio quello che volevo.

Non dimenticherò mai la mattina in cui siamo andati ad Ayers Rock. Forse uno dei momenti più belli di tutto il viaggio: buio pesto, silenzio da risveglio traumatico in autobus, musica di sottofondo. Partono le prime note di Shine on Your Crazy Diamonds dei Pink Floyd proprio nel momento in cui il nero del cielo comincia a diventare blu, e si cominciano a vedere le prime forme…ci si avvicina, e l’atmosfera mistica che si era creata viene coronata dalla visione delle forme della mitica roccia che iniziano a delinearsi, una forma nera immensa, nel blu scurissimo dell’alba…ed in quel momento partono le quattro note dell’arpeggio più famoso dei Pink Floyd. Incredibile, un’emozione davvero indimenticabile. La sacralità del luogo è stata rispettata, nessuno ha avuto il cattivo gusto di scalare Uluru e la tradizione aborigena non è stata offesa. Nei giorni successivi abbiamo vissuto lo spettacolo di Kata Tjuta, ossia i monti Olgas, l’immensità del Kings Canyon, le Devils Marbles e tanta sabbia rossa.
Ma più ci si avvicinava a Darwin, più la vegetazione iniziava ad assumere tratti tropicali, ed i corsi d’acqua diventavano sempre più presenti. Ai canguri, serpenti, ragni e goana iniziavano ad aggiungersi coccodrilli e uccelli di vario tipo, ed il clima diventava sempre più umido. Altra giornata storica è stata a Katherine Gorge, un fiume in cui abbiamo fatto canoa e bagno con la certezza che fosse sicuro: dopo 3 giorni, nello stesso tratto di fiume è stato trovato un coccodrillo di acqua salata (quelli cattivi…) da 3 metri e 7…anche questo, molto bello ex post! Pensare che abbiamo trascorso tutta la mattinata in acqua…altra storia i coccodrilli di acqua dolce, più piccoli e meno aggressivi: bagno anche con loro, stavolta sapendolo, ma a quanto pare hanno paura dell’uomo e scappano…infatti, tutto ok, grande esperienza nuotare sapendo di avere queste bestiole sotto! Del resto, tra tutti i bagnanti che c’erano, proprio a me dovevano venire a rompere? Non sarebbe stato un piatto ricco…
Questi i primi sei giorni, prima di arrivare a Darwin e al Kakadu National Park, ma questa è un’altra storia…per il momento, queste sono le foto di questa parte di viaggio nel deserto, parlano da sole e sono meglio di mille descrizioni.
E’ solo l’inzio di un lungo viaggio, ma a questo punto del tour era già ben chiaro quanto fosse bello vivere quest’avvenura con meno roba possile e provare ad adattarsi a tutte le condizioni…e di quanto fosse “wild” la vera Australia.

Luis.





Ku-Ring-Gai National Park…come l’isola di LOST

26 06 2008

Finalmente metto un po’ il muso fuori da Sydney. Assieme ad una coppia di amici francesi, Arthur ed Elise, partiamo di domenica mattina con la jeep per andare al Ku-Ring-Gai National Park a nord di Sydney, sperando di vedere finalmente qualche animale tipo koala o canguro. Le premesse ci sono tutte: ovunque indicazioni che avvisano di stare attenti all’ “abundant wildlife”. Sara’ perche’ il tempo non e’ bellisimo, sara’ che c’e’ un po’ di gente a passeggio, ma animali zero! Ma manco uno!! Manco a pagarli! Pero’ sembra di stare sull’isola di LOST, le ambientazioni ricordano moltissimo quelle del telefilm…il filmato ne e’ la prova…black smoke, Jacob’s cabin, John Locke e Mr.Eko…e all’improvviso anche Bruno Pizzul

Comunque, nonostante la totale assenza di forme di vita animali, il paesaggio merita qualche foto. Siamo quasi al terzo mese qui, e canguri ancora nulla…bisogna provvedere al piu’ presto.

Luis.





Incontri ravvicinati con strani esemplari…

16 06 2008

Chi ha visto il cartone animato “L’Era Glaciale”, sicuramente si ricorderà dei due animaletti che saltellavano a destra e sinistra…eccolo qui, l’Opossum…un topone dall’aspetto simpatico, che dorme attaccato a testa in giù sui rami degli alberi, mantenendosi solo son la coda. Ogni tanto, camminando in Hyde Park si sente un tonfo. “Tonc”: è uno di loro che è caduto mentre stava dormendo, succede spesso! Finalmente ne ho visto uno da vicino: si tratta di un grosso roditore, abbastanza innocuo, che sta lì, si fa i fatti suoi mentre mangia o dorme! E a quanto pare vive anche in piena città. Quasi quasi me ne prendo uno per casa, da tenere come animale di compagnia…

Luis

 





Royal Botanic Garden & Woolloomooloo

7 06 2008

Dopo una settimana a letto con l’influenza, finalmente metto la testa di nuovo fuori dal mio appartamento. E’ iniziato il “long week end”, lunedì 9 non si va a lavoro perché è la Festa della Regina d’Inghilterra. Per fortuna l’influenza è passata proprio per il week end, ma sono ancora un pò fiacco per un’escursione seria. Opto per una passeggiata tranquilla ai Royal Botanic Garden, un parco molto grande che affianca i grattacieli della City e termina con un lungomare che va dall’Opera House al Woolloomooloo Warf, un molo pieno di ristoranti ed appartamenti esclusivi (sembra vi abiti anche Russell Crowe), con il posto barca invece che il posto auto…! Potete avere un’idea più chiara vedendo la cartina, nella pagina FOTO.

La via principale che attraversa il parco è Macquarie road, in nome di Lachlan Macquarie, un governatore inglese mandato dal Regno Unito nei primi anni del 1800. Nel giro di pochi anni riuscì a dare una svolta alla colonia inglese, soprattutto mediante la realizzazione di numerose opere pubbliche. La moglie, Elizabeth Macquarie, amava trascorrere le giornate osservando la baia e così il marito le fece costruire una “poltrona” scavata nella roccia, affinché potesse godere appieno del panorama. Questa roccia è divenuta così famosa da dare il nome a tutta l’ultima parte dei Royal Botanic Gardens: la penisola è infatti chiamata Mrs. Maquarie’s Point.

Location ideale per trascorrere un pomeriggio soleggiato, sdraiato sul prato…il pensiero va ovviamente a Parco Ravizza…però non riesco a rilassarmi al 100%, la fauna è per definizione “ostile”…lo so che sono io che mi fisso, stanno tutti sdraiati…però in una foto potrete notare il motivo della mia preoccupazione!

Qui le foto.

Luis